#1 - giovedì 11 febbraio



La sala CinemaxX 5, dove si svolgono le proiezioni del Forum, è a due passi dal palazzo della Berlinale, a Potsdamerplatz. Il ristorante italiano Sale e tabacchi si trova a pochi metri dal Check Point Charley. Tra l’uno e l’altro, c’ una piccola Siberia di un chilometro che percorriamo iniziando, interrompendo, accavallando varie conversazioni che riprenderemo durante la cena : l’andazzo moscio di una gloriosa testata comunista ; la virata pop di un cineasta lituano ; il rincaro dell’accredito stampa ; il nuovo missaggio dell’ultimo film di Roman Polanski (che sarà proiettato domani).

A tavola, siamo cinque. Paco è ingegnere minerario e (l’unico) critico portoghese (che io conosca). Antonio è stato (un grande) direttore di un festival italiano (da me molto amato). Chiara scrive nel giornale di cui sopra. John difende da anni Jean-Marie Straub et Pedro Costa sulle colonne di un famoso e popolare magazine nordamericano. Quanto a me, vorrei sapere se è vero che i critici americani hanno adorato senza eccezioni Summer Hour (L’Heure d’été en véeffe).

 

John : Everybody loves it. Per critici americani è il miglior film straniero dell'anno.

 

ER : Perché ?

 

John : Lo considerano interessante per i suoi dialoghi. L’esempio perfetto di un certo modo di recitare.

 

ER : Sei d’accordo anche tu ?

 

John : Per me, è un film minore.

 

Antonio : Di che parlano ?

 

Chiara : Non so... Di Assayas credo.

 

Antonio : Eugenio parla sempre di Assayas.

 

Chiara : Posso avere dell’acqua ?

 

ER : Vorrei cercare di capire cosa ci trovano gli Americani nel suo cinema. Ho il sospetto che, non senza una certa perversione, lo amino perché li conferma nel loro convincimento che il cinema Europeo sia una cosa da museo. Oliver Assayas come ultimo quadro della scuola del cinema d’autore. E lui si pensa esattamente così. L’Heure d’été è un film in cui si parla di eredità. Il protagonista si fa mille problemi perché deve gestire l’eredità artistica di un suo parente. Alla fine, lo scrittoio dell’artista finisce al Musée d’Orsay. E il protagonista, che visita l’allestimento in compagnia della moglie, non può far a meno di notare che i visitatori passano davanti a quell’oggetto senza capire nulla di quello che simboleggia. C’è una vena nostalgica, elitaria e retrograda. Ma il peggio deve ancora venire. Il commento finale del protagonista è : li perdoniamo, lasciamo correre. La postura di Assayas sta tutta in questo commento del personaggio principale del suo film ; ché, sotto una patina di modestia, è doppiamente altezzoso. Dice : solo io capisco l’eredità culturale del passato. E al tempo stesso, solo io so perché non può più esistere, se non in un museo. Il protagonista (attraverso il quale parla Assayas in persona) si sente inadeguato a proseguire l’opera. Ma ha un vantaggio sul resto del mondo : quello di essere cosciente della propria inadeguatezza. Lui può perdonare i poveri scemi che passano davanti allo scrittoio senza coglierne la storia e la grandezza. È come se dicesse (a se stesso, perché a parte la moglie nessuno lo può capire) : no souci. Tout est pardonné, come titola Mia Hansen-Love (compagna di Assayas) nel suo primo film, la quale a dispetto della sua giovane età e la mancanza assoluta di talento (anzi, proprio per la combinazione di questi due elementi) è ancora più boriosa e retrograda di Assayas.

 

John : in America tutto questo non lo si nota. I critici non fanno caso che il sotto-testo del film è l’arte, e che dietro la storia dell’eredità e del museo c’è una proiezione del mondo del cinema e del posto che il cineasta attribuisce a se stesso nella storia della settima arte, nell’istituzionalizzazione del cinema d’autore francese. Per gli Americani, si tratta di una storia di famiglia. Il che è non è falso. Ma questa storia di famiglia va capita all’interno del discorso che fai tu, che è un discorso sull’eredità della Nouvelle Vague. Non è da escludere che, ad un livello inconscio, qualcosa dell’ideologia di Assayas venga percepita. Se capisco il tuo punto di vista, per te l’America trova in Assayas la conferma di un discorso sul cinema d’autore che si potrebbe riassumere con l’espressione : il cinema è morto. Lo percepisce e se ne rallegra.

 

ER : Il successo di Assayas, o per meglio dire la sua notorietà, è il frutto un’operazione politica. All’inizio degli anni ottanta c’è stato un intervento politico, sostenuto da alcune forze della critica, penso a Bergalo e a Shad, per elevare l’ultimo Truffaut a sistema. L’exploit dell’Ultimo metro ha convinto che si poteva vendere l’idea di un cinema francese eterno : il cinema d’autore che si vende (anche all’estero). E quindi si è cercato di elevare quell’exploit a sistema. Il famoso cinéma du milieu. Assayas è il prodotto di questo esperimento di laboratorio.

 

Chiara : secondo me Sharunas Bartas è diventato un cineasta du milieu.

 

Apro una parentesi. Oggi alla proiezione delle 19 la sala del Forum al CinemaxX era stracolma per Indigène d’Eurasie del lituano Sharunas Bartas (aiuta il fatto che il festival è appena iniziato, e a quell’ora non c’era nient’altro). Di Bartas non ho visto quasi nulla. Solo un film, doveva essere il 1996 : Few of us. Nei miei ricordi, si tratta di un cineasta radicale e sobrio. Mi colpì che, partendo da una storia che si prestava ad un trattamento folcloristico (una finzione su un popolo sperduto nella Siberia), Bartas facesse invece un film concentrato solo quello che registra la macchina da presa. Che non è mai un concetto sociologico o uno studio antropologico, ma semplicemente delle immagini. Insomma, se prima della proiezione di questo pomeriggio m’avessero chiesto che tipo di cineasta fosse Bartas, avrei risposto : Straubiano, nel senso di quei cineasti per cui esiste solo quello che resiste (nell’immagine). Il film di oggi, il secondo visto da quando sono arrivato a Berlino, mi è sembrato in un primo tempo lontano da questo ricordo, quasi che lo avesse girato un altro cineasta. Poi ripensandoci...

 

ER : ma voi lo conoscete bene Bartas ?

 

Antonio : Sì. Qualche anno fa abbiamo curato una retrospettiva su di lui. È un cineasta importante. Se ne è cominciato a parlare intorno alla meta degli anni novanta. Faceva dei documentari intimi. Con una vena poetica che squadernava il genere. Ricordo Tre giorni, la storia di due coppie che si incontrano durante un soggiorno a Kaliningrad. Si percepiva in lui una sete di formalismo... Probabilmente a causa della lunga estate del realismo sovietico. A raccontarle, le sue storie sembrano delle finzioni, ma è solo perché ricostruendo l’intreccio, per forza di cose, se ne mette in evidenza l’aspetto narrativo, mentre nei fatti questo invece è esilissimo. Un altro film di cui mi ricordo, Corridor, è ancora più radicale di Tre giorni. Più che una storia è una galleria di visi, di gesti, di immagini mentali. Devo ammettere che, rispetto ai suoi standard, Indigène d’Eurasie mi ha un po’ deluso.

 

Chiara : certo è meno radicale. Però io l’ho trovato piuttosto buono. C’è questo plot di mafia internazionale, con questo personaggio che gira tutta l’Europa, che è trattato in maniera completamente diversa da tutto quello che si potrebbe immaginare. Molto incentrato sul personaggio maschile. Tu che ne dici Paco ?

 

Paco : per me è il migliore dei cinque film visti oggi. Ed è su di questo che scriverò stasera.

 

ER : Per dire ?

 

Paco : un’idea ce l’ho. Però ora sono stanco. Uno di questi giorni facciamo una conversazione che puoi trascrivere sul tuo sito...

 

Chiara : Perché non portano l'acqua ? [al cameriere] Ho chiesto dell'acqua.

 

Cameriere : È già sul tavolo signora.

 

ER : A pensarci bene, non credo che sia cambiato poi tanto. Ascoltando Chiara, mi viene in mente che in fondo quello che il film ti dice, se glielo chiedi, è la stessa cosa di quello che dicevano i suoi documentari degli anni novanta, e cioè che solo quello che è nell’immagine esiste. Che mi sembra una cosa interessante soprattutto per il pubblico occidentale. In principio, è il classico cineasta al quale noi dell’ovest chiediamo : «dai, raccontaci la Lituania.» Che non è una domanda infamante. Uno dei motivi per cui continuiamo ad andare al cinema è perché è ancora il luogo dove il mondo ci è dato. In particolare qui a Berlino. Il festival è sempre stato il posto dove si viene a sbirciare oltre il Check Point, oltre la cortina di ferro. Ma è altrettanto sano che a questo nostro voyeurismo politico, sociologico, ecc..., qualcuno risponda con un puro voyeurismo cinematografico ; che consiste a mostrare visi, volti, corpi.

Indigène d’Eurasie si muove da una città all’altra. Neanche fosse The Bourne Identity :  Mosca, Kaliningrad, Parigi, più vari borghi russi di cui non so il nome. Non lo so, anche perché Bartas non ce lo dice. Tutte le inquadrature sono strette sui personaggi. Sul loro modo d’essere, sul loro linguaggio, sul loro modo di camminare, di vestire, di parlare...

 

Paco : questo per l’Est. Quando i personaggi si ritrovano ad Ovest, a Parigi, fa tutta una serie di inquadrature da cartolina. Si tratta evidentemente di una maniera, letterale e piuttosto intelligente, di rispondere ironicamente alle richieste dei co-produttori europei, e in particolare di quegli enti regionali che finanziano il film, ma pretendono che il registra mostri Parigi, la Bretagna...

 

Chiara : Chiediamo il conto ?

 

Paco : Oppure facciamo come Paulo.

 

Chiara : ah, sì, Paulo. L’anno scorso ha invitato qui tutte le sere l’équipe del suo film al gran completo. Ogni sera diceva : mettete sul conto. Alla fine se n’è andato senza pagare.

 

Paco : Per partire senza pagare bisogna dare l’impressione di essere dei gran signori. Noi abbiamo bevuto acqua minerale e vino della casa. Ci arrestano subito.

 

ER : A proposito, domani mattina c’è Polanski.

 

John : Pare che abbia approfittato della residenza coatta per rifare la post-produzione del film. Finalmente la prigione aiuta il cinema.

 

ER : Se incontro Shad glielo dico.

jeudi 11 février



La salle CinemaxX 5, où ont lieu les projections du Forum, est à deux pas du palais de la Berlinale, sur Potsdamerplatz. Le restaurant italien "Sale et tabacchi" se trouve tout près du Check Point Charley. Entre les deux, il y a une petite Sibérie d'un kilomètre que l'on parcourt en commençant, interrompant, entrecroisant diverses discussions qui reprennent ensuite pendant le diner : la pente molle prise par un pourtant glorieux quotidien communiste ; le virage pop d'un réalisateur lituanien ; l'augmentation du prix de l'accréditation presse ; le nouveau mixage du dernier film de Polanski (qui sera projeté aujourd'hui en compétition).

A table, on est cinq. Paco est ingénieur minier et (l'unique) critique portugais de cinéma (que je connaisse). Antonio a été (un grand) directeur d'un festival italien (que j'aimais beaucoup). Chiara écrit dans le journal cité juste au-dessus. John défend depuis des années Jean-Marie Straub et Pedro Costa dans un célèbre et populaire magazine américain. Quant à moi, je voudrais savoir s'il est vrai que tous les critiques américains ont adoré, sans exception aucune, Summer Hour (L'Heure d'été en véeffe).


John : Everybody loves it. Pour les critiques américains c'est le meilleur film étranger de l'année.


ER : Pourquoi ?


John : Ils le trouvent intéressant, surtout dans ses dialogues. L'exemple parfait d'une certaine façon de jouer.


ER : Et toi aussi tu es d'accord avec ça ?


John : Pour moi c'est un film mineur.


Antonio : De quoi parlent-ils ?


Chiara : Je ne sais pas.... D'Assayas, je crois.


Antonio : Eugenio parle toujours d'Assayas.


Chiara : Je pourrais avoir de l'eau ?


ER : Je cherche à comprendre ce que les américains trouvent à son cinéma. J'ai l'impression, non sans perversion, qu'ils aiment son travail parce qu'il colle à leur idée du cinéma européen comme truc de musée. Olivier Assayas comme l'ultime tableau de l'école du cinéma d'auteurs. Et il se pense exactement comme ça d'ailleurs. L'Heure d'été est un film qui parle d'héritage. Le personnage principal se complique la vie parce qu'il doit gérer l'héritage artistique d'un de ses parents. A la fin, le bureau de l'artiste se retrouve au Musée d'Orsay. Et le personnage principal, qui visite l'exposition en compagnie de sa femme, ne peut faire autrement que de remarquer que chaque visiteur passant devant l'objet ne comprend absolument pas ce que ce dernier symbolise. Il y a une veine nostalgique, élitiste et rétrograde chez lui. Et ça s'arrête pas là. Le pire est à venir. Le commentaire final c'est : nous lui pardonnons et nous laissons courir. La posture d'Assayas est toute entière contenue dans le commentaire de son personnage. Sous un vernis de modestie, il est doublement hautain. Il dit : moi seulement comprend l'héritage culturel du passé. Et, dans le même temps, moi seulement je sais pourquoi ça ne peut plus exister ailleurs que dans un musée aujourd'hui. Le personnage (porte-voix d'Assayas) ne se sent plus capable de prolonger l'œuvre. Mais il a un avantage sur le reste du monde : lui, au moins, a conscience de cette incapacité. Il peut donc pardonner les pauvres cons qui passent devant le bureau sans en saisir la grandeur. C'est comme s'il disait (à lui même en fait, parce qu'à part sa femme, personne ne peut comprendre): no soucy. Tout est pardonné, comme le titrait Mia Hansen-Love dans son premier film, laquelle, malgré sa jeunesse et son manque complet de talent (et d'ailleurs, exactement à cause de la combinaison de ces deux éléments) est encore plus suffisante et rétrograde qu'Assayas.


John : Aux Etats-Unis, personne ne remarque tout cela. Les critiques se moquent que le sous-texte du film soit l'art et que derrière cette histoire d'héritage et de musée, c'est une projection du cinéma qui nous est proposée et la place qu'Assayas s'attribue dans l'histoire du 7ème art et dans l'institutionnalisation du cinéma d'auteur français. Pour les américains, il s'agit d'une histoire de famille. Ce qui n'est d'ailleurs pas faux. Mais cette histoire de famille est à entendre à l'intérieur du discours que tu tiens, qui est un discours sur l'héritage de la Nouvelle Vague. Mais il est également possible qu'à un niveau plus ou moins inconscient quelque chose de l'idéologie d'Assayas soit perçue. Si je comprends bien ce que tu dis, pour toi l'Amérique voit en Assayas la confirmation d'un discours sur le cinéma d'auteur qu'on pourrait résumer en disant : le cinéma est mort. Il le voit et en jouit.


ER : Le succès d'Assayas, ou plutôt sa notoriété, est le fruit d'une opération politique. Au début des années 80, il y a une intervention politique, soutenue par quelques puissances de la critique, je pense à Shad, pour ériger le Dernier Métro de Truffaut en système. L'exploit du Dernier Métro a convaincu qu'on pouvait vendre l'idée d'un cinema français éternel : le cinéma d'auteur qui vend (même à l'international). On a donc cherché à ériger cet exploit en système. Le fameux cinéma du milieu. Assayas est le produit parfait de cet essai de laboratoire.


Chiara : Selon moi, Sharunas Bartas est devenu un cinéaste du milieu.


J'ouvre une parenthèse. Aujourd'hui, la projection de 19h dans la salle du Forum au CinemaxX était bondée pour voir Indigène d'Eurasie du lituanien Sharunas Bartas (le fait que le festival vienne de commencer et qu'il n'y ait rien d'autre à voir à cette heure là a bien aidé). De Bartas, je n'ai quasiment rien vu. Uniquement un film, ça devait être en 1996 : Few of us. Dans mon souvenir il s'agit d'un cinéma radical et sobre. Ce qui m'avait marqué, c'est que partant d'une histoire qui se prêtait à un traitement folklorique (la fable d'un peuple perdu de Sibérie) Bartas avait au contraire fabriqué un film concentré uniquement sur ce que la caméra enregistre. Et ce ne sont jamais des notions sociologiques ou anthropologiques qui sont enregistrées, mais simplement des images. Du coup, si on m'avait demandé avant la projection de cet après-midi quel type de cinéma était celui de Bartas, j'aurais répondu Straubien, dans le sens où pour ces cinéastes n'existe uniquement que ce qui résiste (dans les images). Le film vu aujourd'hui, le second depuis mon arrivé à Berlin, m'a d'abord semblé éloigné de ce souvenir, presque comme si c'était un autre réalisateur qui l'avait réalisé. Et puis en y repensant :


ER : Mais vous le connaissez bien Bartas ?


Antonio : Oui. Il y a quelques années on a organisé une rétrospective autour de ses films. C'est un cinéaste important. On a commencé à en parler à partir de la moitié des années 90.Il faisait des documentaires intimistes. Avec une ambition poétique qui bouleversait le genre.  Je me souviens de Trois Jours, l'histoire de deux couples qui se rencontrent durant un séjour à Kaliningrad. On sentait en lui une soif de formalisme... Probablement à cause du long été du réalisme soviétique. En les racontant, ses histoires semblent des artifices, mais c'est seulement parce qu'on reconstruisant l'intrigue, par la force des choses, on met en évidence leur aspect narratif, alors qu'il s'agit ici de subtilité, d'évanescence. Je me souviens d'un autre film, Corridor, qui est encore plus radical que Trois Jours. Plus qu'une histoire, c'est une galerie de visages, de gestes, d'images mentales. Je dois admettre que par rapport à ces standards, Indigène d'Eurasie m'a un peu déçu.


Chiara : Même s'il est moins radical, je l'ai trouvé plutôt bon. Il y a cette idée de mafia internationale, avec ce personnage qui voyage partout en Europe et qui est traité de façon surprenante. Très axé sur le personnage masculin. Tu en dis quoi toi Paco ?


Paco : Pour moi c'est le meilleur des cinq films que j'ai vus aujourd'hui. Et c'est sur lui que j'écrirai ce soir.


ER : Pour dire?


Paco : J'ai une idée. Mais là tout de suite, je suis fatigué. Un de ces jours, on aura une conversation que tu pourras retranscrire sur ton site...


Chiara : Pourquoi ils n'apportent pas l'eau ? (au serveur) J'ai demandé de l'eau.


Serveur: Elle est déjà sur la table.


ER : En réfléchissant bien, je ne pense pas qu'il ait tant changé. En écoutant Chiara, je me dis qu'au fond le film te dit, si tu le lui demandes, la même chose que disaient déjà ses documentaires des années 90, c'est à dire que seul ce qu'il y a dans les images existe. Ca me semble un aspect important, surtout pour le public occidental. Normalement c'est le cinéaste typique à qui nous, de l'ouest, demandons: «aller, raconte-nous la Lituanie». Ce n'est d'ailleurs pas une question déshonorante. Une des raisons pour lesquelles on continue d'aller au cinéma c'est parce que c'est le lieu où le monde nous est donné. Surtout à Berlin. Ce festival a toujours été le l'endroit où on vient lorgner au-delà du Check Point, au-delà du rideau de fer. Mais c'est plutôt sain qu’à notre voyeurisme politique, sociologique etc... quelqu'un réponde par un pur voyeurisme cinématographique ; qui consiste à montrer des visages, des corps. Indigène d'Eurasie se meut d'une ville à l'autre. Même Jason Bourne ne voyage pas autant : Moscou, Kalinigrad, Paris, et beaucoup de villages russes dont j'ignore le nom. Je ne les connais d'ailleurs pas parce que Bartas ne nous les dit jamais. Tous les plans sont serrés sur les personnages. Sur leur mode d'être, leur langage, leur façon de marcher, de s'habiller, de parler.


Paco : C'est valable pour l'Est. Quand les personnages se retrouvent à l'Ouest, à Paris, il ne fait plus que des plans de cartes postales. Il s'agit bien évidemment d'une manière, littérale et plutôt intelligente, de répondre de façon ironiques aux co-producteurs européens, et en particulier à ces antennes régionales qui financent le film, mais qui demandent en contre-partie qu'on reconnaisse bien Paris, la Bretagne...


Chiara : On demande l'addition ?


Paco : Ou alors on fait comme Paulo.


Chiara : Ah, oui, Paulo... L'année dernière, il a invité l'équipe de son film au grand complet. Tous les soirs il disait : mettez sur ma note. A la fin, il est parti sans payer.


Paco : Pour partir sans payer il faut donner l'impression qu'on est des grands seigneurs. Nous, on a pris de l'eau minérale et le vin de la maison. Ils vont tout de suite nous arrêter.


ER : D'ailleurs, demain matin il y a le Polanski.


John : Il parait qu'il a profité de son assignation à résidence pour refaire la post-production de son film. Finalement la prison aide le cinéma.


ER : Si je rencontre Shad, je lui dirai.

BERLINALE

    édition #60

        11> 21.02.2010

Eugenio Renzi

Traduit de l’italien par Valentina Novati

EASTERN DRIFT (INDIGÈNE D’EURASIE)

Sharunas Bartas, France / Lituanie, 2010, 35mm, 1h51, Forum

Elisa Sednaoui dans Indigène d’Eurasie de Sharunas Bartas