#2 - venerdi 12 febbraio


Nevica su Berlino. La neve si posa. Calpestata, fonde. Poi ghiaccia. Sulla lastra levigata ne cade della nuova. Su questo terreno insidioso, i festivalieri cadono come birilli. In alcuni punti, si assiste fino a due cadute al minuto. È piuttosto divertente.

 

Anche il primo film di stamane lo è. Sun-Woo et Yuma, tutti e due intorno sui trent’anni, discutono seduti su una panchina. Lei ha organizzato per l’indomani un pranzo a tre con suo padre. Sun-Woo, non ne vuole sapere. «Non ho lavoro – dice – che cosa rispondo se mi chiede come intendo provvedere a te ? Bella domanda – replica lei –. È anche la mia». Poi, dolcemente : «Ma tu un lavoro ce l’hai. Sei un poeta, hai vinto un concorso nazionale di poesia». Lui nicchia. Infine accetta. Nella scena successiva Yuma è seduta al tavolo di un bel ristorante. Davanti a lei, siede un signore in cravatta, l’aria severa di un borghese di sani principi. Tra i due un silenzio imbarazzato e due tazze di tè : Sun-Woo non si è presentato. Lei esce. Lo chiama. L’inquadratura resta su Yuma per tutta la breve conversazione. Sun-Woo ha la diarrea. Sta male. Non è potuto venire. Ha tentato fino all'ultimo. Per questo non ha chiamato. Quando lei mette giù, il campo va finalmente su di lui. Siamo in un microscopico studio da studente. Sun-Woo fuoriesce da sotto il piumone. Si siede sul letto. Dietro di lui appare il profilo di un ragazzo, il quale disturbato dal trambusto rantola : torna a dormire.

La scena è esilarante. In un primo momento, si pensa che Sun-Woo sia segretamente gay. Invece è un giovane bohème che passa le serate ad ubriacarsi.

Il film somiglia ad un Hong Sang-soo. Cioè ad un plot alla Rohmer : lui sta con lei. Si lasciano. Lui ha un flirt con un’altra. Infine ritorna con la prima ragazza. Come in Hong Sang-soo, c’è il fatto che l’eroe è un artista bohème in una società polarizzata in business-man e sfigati. C’è anche il viaggio sulla costa. Detto questo, I’m in Trouble non è solo un sotto prodotto. È un film libero e semplice. Tutti gli schemi di Sang-soo sono là (le ellissi che tagliano la coda alle scene più imbarazzanti, i travelling che viaggiano all’interno dell’immagine nelle scene a tavola, ritagliando in continuazione l’inquadratura dello stesso pianosequenza). Invece di radicalizzare il modello, come accade si solito ai manieristi, il regista So Sang-min li smorza. il risultato è piuttosto piacevole. E il film gioca con i propri mezzi (pochi) con molta ironia. Le scene più riuscite siano quelle in apparenza meno importanti. Come quella in cui un gruppo di non più di venti ragazzi, riuniti in circolo, cantano l’internazionale con grande convinzione. Il nostro giovane poeta passa davanti al gruppo di militanti con aria svagata. Assorto nei suoi pensieri, non li nota neanche. Il regista invece li mette lì. Ma solo come sfondo rumoroso ai problemi del suo alter-ego. In realtà, come è noto, le manifestazioni in Corea sono numerose e imponenti. Gli scontri tra la classe operaia e la polizia sono tra i più cruenti dei paesi sviluppati. Sang-min ah due motivi per ridurre tutto ad uno sparuto gruppuscolo di militanti. Il primo è economico. Una fiction come la sua non si potrebbe permettere di mettere in scena una manifestazione. Il secondo è poetico. È una maniera, piuttosto autoironica, di dire : questo è tutto quello che un artista coreano (il protagonista, non meno dell'autore del film) riesce a percepire della realtà : uno sfondo lontano. I problemi di coppia, di soldi, sono come un'ovatta che impedisce di sentire (o di rappresentare) il rumore della realtà sociale alla sua intensità naturale.


Evocando l’Internazionale, viene subito in mente il secondo film della giornata. Che non è Polanski (non l’ho visto, ho un biglietto per domani ad un cinema che tutti mi dicono molto bello, l’Urania). Ed è al contrario di I'm in Trouble un film urlato, crudo e violento. Portrait of the Fighter as a Young Man è una fiction Rumena in cui Constantin Popescu ricostruisce episodio per episodio (dura tre ore) la storia di un gruppo di guerriglieri, oppositori dello Stato socialista, attivo nelle montagne a partire dal dopoguerra, decimato e smantellato nel 1957.

In genere, non sono particolarmente sensibile all’anticomunismo. E il film ha una grossa pecca. Funzionando per episodi (in cui viene ogni volta annunciata data e luogo di un fatto), diventa quasi subito ripetitivo. Ogni volta ci si aspetta l’agguato, la sparatoria, l’ennesima decimazione. Se per molti riguardi, la storia fa pensare alla seconda parte del (magnifico) Che di Soderbergh, Guerriglia, proprio questa scansione per episodi lo rende diverso. Manca l’intelligenza di Soderbergh nell’inventare il tempo specifico di una rivoluzione mancata, di una guerriglia senza scampo né prospettive. L’attesa infinita in cui coabita il sentimento di essere braccati con la lentezza della vita di montagna. Manca anche l’introspezione nella psicologia del gruppo in fusione che è riuscito a cogliere Koji Wakamatsu nel suo (magnifico, magnifico) United Red Army (scoperto da Antoine qui al Forum due anni fa).

Basta, mi sono fatto abbastanza l’avvocato del diavolo. Perché in realtà, tutti questi aspetti nel film ci sono. Una scena ricorda in particolare Guerriglia : il capo del gruppo che parla a un manipolo di ragazzi, dissuadendoli dall’intraprendere la lotta armata. Noi, gli dice, non avevamo scelta. Per voi è diverso. E c’è anche qualche serata nei covi in cui viene in mente la storia raccontata da Koji. Purtroppo, nel caso di Popescu, si tratta di momenti isolati, annegati in un dispositivo meccanico, giornalistico.

Peccato, perché il film ha una sua maniera originale di fare i conti con la presenza del cinema nella storia politica del novecento. Quella di mettere al centro della storia un film in otto millimetri girato dai guerriglieri e ritrovato dalla militia. È come se Cloverfield rinascesse al centro della Romania. È bello che Popescu mostri in questo finto archivio delle immagini di lotta, ma soprattutto di vita del gruppo. Che mostri come, tra un’imboscata e l’altra, braccato dalle forze dell’esercito regolare, la banda si conceda molti momenti di piacere. Dei bagni nei fiumi. Delle risa. Dei momenti di umanità semplice che non sono distinti da quelli di lotta aspra né da quelli di spietata risolutezza rivoluzionaria. Ahimè, anche questo elemento non funziona, perché l’idea manca di rigore, di precisione. Chi nel gruppo gira il film ? In che momento la bobina è persa e ritrovata ?  Questi elementi esterni, sono fondamentali nella grammatica di un «finto documentario di esplorazione». Altrimenti, viene meno, nella mente dello spettatore, l’illusione di una la solidarietà tra il destino della pellicola e il destino di chi la gira. Probabilmente, con gli anni, divento troppo accademico... E pedante.

 

Le tre ore del film rumeno mi hanno spossato. Ho visto un terzo film : Orly. Durante il quale ho dormito molto. Nei momenti in cui sono riuscito a tenere gli occhi aperti, ho visto qualche buona immagine. I titoli di testa sono alla Godard. Invece il film è ancora una storia rohmeriana, fatta di racconti dove il caso si mischia alla necessità, il destino alla morale.

 

All’uscita, ho ritrovato John. Neanche lui ha visto Polanski. Chiara e Paco invece ci sono stati e ne hanno parlato bene. Ve ne saprò dire di più domani.

vendredi 12 février


Il neige sur Berlin. Au sol, la neige se dépose. Piétinée elle fond. Puis elle gèle. Sur la rue polie, il en tombe de nouveau.  Ce terrain glissant voit bon nombre de festivaliers tomber comme des quilles.  A certains endroits il n’y a pas moins de deux chutes par minute. C’est assez amusant.


Et le premier film de ce matin l’est aussi. Sun-Woo et Yuma, tous deux autour de trente ans, discutent assis sur un banc. Elle, elle a organisé pour le lendemain  un déjeuner à trois avec son père.  Sun-Woo ne veut rien savoir. « Je n’ai pas de travail – dit-il – qu’est-ce que je répondrais s’il me demande comment je compte subvenir à tes besoins ? Jolie question - lui répond-t-elle – c’est également la mienne. » Puis doucement : « Mais toi, tu as un travail. Tu es poète, tu as gagné un concours national de poésie.»  Il hésite, mais finalement il accepte. Dans la scène suivante Yuma est assise à la table d’un restaurant chic. En face d’elle, un homme en cravate, l’air sévère du bourgeois à principes. Entre les deux, un silence gêné et deux tasses de thé : Sun-Woo n’est pas venu. Elle sort. Elle l’appelle. On reste sur Yuma pendant toute la durée de la conversation. Sun-Woo a la diarrhée. Il se sent mal. Il n’a pas pu venir.  Il a essayé jusqu’au dernier moment. C’est pour ça qu’il n’a pas appelé.  Quand elle raccroche, le contre-champ sur lui survient, enfin. On est dans un minuscule studio d’étudiant. Sun-Woo sort de dessous la couette.  Il s’assied sur le lit. Derrière lui apparaît le profil d’un garçon, qui dérangé par le vacarme, râle : « reviens te coucher». La scène est hilarante. Dans un premier temps, on pense que Sun-Woo est homo en secret. En fait, c’est un jeune bohème qui passe ses soirées à se saoûler. Le film ressemble à un Hong Sang-soo. Un canevas à la Rohmer donc : lui est avec elle.  Ils se quittent. Il flirte avec une autre. Et puis finalement il retourne avec sa première copine. Comme chez Hong Sang-soo, il y a la présence d’un héros artiste bohème dans une société partagée entre les businessmen et les désœuvrés. Il y a même le voyage sur la côte. Ceci étant dit, I'm in Trouble! n’est pas seulement un sous-produit. C’est un film simple et libre. Tous les schémas de Hong sont là (les ellipses qui coupent les scènes embarrassantes, les travellings qui voyagent à l’intérieur des scènes de diner, redécoupant de façon continuelle les scènes du même plan-séquence). Au lieu de radicaliser le modèle, comme cela arrive si souvent aux maniéristes, le réalisateur So Sang-min l’atténue. Le résultat est plutôt plaisant. Et le film joue avec ses moyens (ténus) avec beaucoup d’ironie. Les scènes les plus réussies sont celles en apparence les moins importantes.  Comme celle dans laquelle un groupe d’une vingtaine de gens chantent l’Internationale avec beaucoup de conviction. Notre jeune poète passe devant ce groupe de militants, l’air totalement ailleurs. Absorbé dans ses pensées, il ne les remarque pas. Et pourtant le réalisateur les a posés là. Mais seulement comme fond sonore aux problèmes de son alter ego. En réalité, les manifestations en Corée sont nombreuses et gigantesques. Les affrontements entre la classe ouvrière et la police sont sans doute parmi les plus agressifs des pays développés. So Sang-min a deux raisons de tout miniaturiser. La première est économique. Un film comme le sien n’a pas les moyens de reconstituer une manifestation. La seconde raison est poétique.  C’est une façon plutôt auto-ironique de dire : ceci est tout ce qu’un artiste Coréen (le réalisateur autant que le personnage principal) parvient à saisir du monde réel : un fond lointain. Les problèmes de couple, d’argent sont comme un tampon qui empêche d’entendre (ou de représenter) le bruit de la réalité sociale à son niveau sonore naturel.

 

A l’évocation de l’Internationale, on pense aussitôt au second film de la journée.  Qui n’est pas celui de Polanski (je ne l’ai pas vu, j’ai une place pour la projection de demain, dans un cinéma qui d’après tout le monde est fort beau, l’Urania). Et c’est l’exact opposé de I’m in Trouble : un film hurlé, cru et violent. Portrait of the fighter as a Young Man est un film roumain, dans lequel Constantin Popescu reconstruit épisode par épisode (il dure trois heures) l’histoire d’un groupe armé, opposant à l’Etat socialiste, retranché dans les montagnes à partir de l’après-guerre, démantelé et décimé en 1957. Je suis généralement peu enclin à l’anticommunisme. Et le film a un gros défaut. Fonctionnant par épisodes (dans lesquels une date et un lieu sont à chaque fois annoncés) il devient vite répétitif. A chaque fois, on attend le guet-apens, la fusillade, l’énième massacre. Si à maints aspects, l’histoire de Portrait fait penser à Guerrilla, second volet du (magnifique) Che de Soderbergh, le découpage par épisode le rend justement très différent. Il lui manque l’intelligence de Soderbergh dans l’inventaire du temps spécifique d’une révolution ratée, d’une guérilla sans but, ni perspective. L’infinie attente où cohabite le sentiment d’être poursuivit par la lenteur de la vie en montagne. Manque aussi le décryptage de la psychologie du groupe fusionnel qu’avait réussi à saisir Koji Wakamatsu dans son (magnifique, magnifique) United Red Army (découvert par Antoine ici même au Forum il y a deux ans).

Je me suis assez fait l’avocat du diable. Parce qu’en fait tous ces aspects sont présents dans le film. Une séquence en particulier rappelle Guerrilla : le chef du groupe qui parle à une bande de jeunes garçons, les dissuadant de prendre le chemin de la lutte armée. Nous, leur dit-il, on n'avait pas le choix, Pour vous c’est différent. Et il y a aussi ces quelques soirées dans leur repère, où nous vient alors à l’esprit l’histoire racontée par Wakamatsu.  Chez Popescu, il s’agit de moments isolés, noyés par un dispositif mécanique, journalistique. Hélas. Parce que le film a une manière originale de régler ses comptes avec la présence du cinéma dans notre histoire politique du XXème siècle. Celle de mettre au centre de l’histoire un film en huit millimètre tourné par les opposants et retrouvé par la milice. C’est comme si Cloverfield renaissait au beau milieu de la Roumanie. Popescu montre dans ces fausses archives des images de lutte, mais surtout des images de vie en groupe. Il les montre comme entre deux embuscades, poursuivie par l’armée régulière, la bande s’accorde des moments de plaisir. Des bains dans les fleuves. Des rires. Des moments d’humanité simples qui ne se distinguent pas des moments de lutte âpre, ni de ces moments de révolutionnarisme résolu et sans pitié. Hélas, même cet élément ne fonctionne pas, parce que l’idée manque de rigueur, de précision. Qui dans ce groupe tourne le film ? A quel moment la bobine est perdue, puis retrouvée ? Ces éléments extérieurs sont fondamentaux à la grammaire d’un « faux documentaire d’exploration ». Sinon, ne vient plus de façon aussi claire à l’esprit du spectateur l’illusion de la solidarité nécessaire entre le destin de la pellicule et le destin de ceux qui la tournent. Probablement avec les années, je deviens trop académique… Et pédant.

Les trois heures du film roumain m’ont épuisé. Mais j’ai vu un troisième film : Orly. Pendant lequel, j’ai beaucoup dormi.  Et les rares moments où je parvenais à garder les yeux ouverts, j’ai vu de belles images. Les têtes d’affiche sont à la Godard. En revanche, le film est encore une histoire rohmérienne, construite sur des histoires où le hasard se mêle à la nécessité, le destin à la morale.

 

A la sortie, j’ai retrouvé John. Il n’avait pas non plus vu le Polanski. Chiara et Paco l’ont vu et ils en parlent en bien. Je vous en dirai plus demain.

BERLINALE

    édition #60

        11> 21.02.2010

ORLY

Angela Schanelec. France / Allemagne, 2010, 1h24, 35mm. Avec Natacha Régnier, Bruno Todeschini, Mireille Perrier, Emilie Berling, Jirka Zett,

Josse de Pauw.

PORTRAIT OF THE FIGHTER AS A YOUNG MAN / PORTETUL LUTPTATORULUI LA TINERETE

Constantin Popescu, Roumanie, 2010, 3h03, 35mm. Avec Constantin Dita, Ionut Caras, Bogdan Dumitrache.

I’M IN TROUBLE ! / NA NEUN GON KYEONG E CHEO HAET DA !

So Sang-min, Corée du Sud, 2009, 1h35, HDCam. Avec Min Sung-wook, Lee Seung-jun, Jeong Ji-yeon, Kim Joo-ryung

Jeong Ji-yeon et Min Sung-wook dans I’m in trouble !, de So Sang-min


de gauche à droite

Eugenio Renzi

Traduit de l’italien (dans une voiture) par Valentina Novati