Tre giorni al T.F.F.

par Gloria Zerbinati


14 novembre

Arrivo a Torino all’ora di pranzo. Faccio l’accredito. Entro alla prima proiezione utile, Gigante di Adrián Biniez (nella sezione : «festa mobile»). Tra le mura di un supermercato, che vede il personale ridursi a causa dei continui licenziamenti, una (gigantesca) guardia giurata spia, attraverso il circuito interno, una giovane donna delle pulizie di cui si è innamorato. All’inizio Gigante sembra voler intrecciare due temi diversi – fragilità sociale da un lato, fisico possente del protagonista dall’altro. Invece la questione del lavoro è solo una scenografia, un fondale dentro cui muovere la storia d’amore. La sceneggiatura avanza stancamente a testa o croce, sfidando la sorte che non sempre è dalla sua parte. E nemmeno dalla nostra.

A seguire, rientro in sala per vedere La nana di Sebastián Silva («torino 27») primo film del concorso funestato da un assai indelicato intervento del neo direttore Gianni Amelio: «Per me il festival inizia oggi [invece è cominciato da 24 ore, ndr], ché i film del concorso me li sono scelti io». Con buona pace dei collaboratori e dei selezionatori delle altre sezioni. Che classe Gianni ! E La nana ? È un’opera senza grandi pretese. Una goffa cameriera ultraquarantenne, da vent’anni a servizio presso una famiglia borghese, inizia a soffrire di alcuni disturbi al sistema neurovegetativo. La padrona di casa cerca di affiancarle una ragazza più giovane. Temendo di essere licenziata, la protagonista boicotta tutte le governati assunte. Una, vitale ed emancipata, riesce a tenerle testa. Come per Gigante, diversi spunti di riflessione – il rapporto problematico con la madre, il legame con la padrona di casa, la scoperta del sesso in età avanzata – vengono abbandonati col procedere del racconto fino a sfumare sul fondale di una commedia modesta e, nonostante la bravura di Catalina Saavedra nel ruolo della protagonista, priva di spessore.

Chiudo la giornata con Le refuge di François Ozon («festa mobile»). Film ruffiano, di maniera, posticcio. Incomprensibile il credito che parte della critica riservi a questo regista ricattatorio e reazionario. Una giovane tossicodipendente scopre di essere incinta del compagno morto di overdose ; lascia Parigi per portare a termine la gravidanza in una casa di campagna. Qui, viene raggiunta dal cognato omosessuale, l’unico in grado di capirla… Non si erano mai visti (al cinema o nella vita) eroinomani dai corpi tanto tonici e dai volti tanto integri e freschi. Nei film di Ozon, i personaggi non portano segno. Sono asettici, lindi e disinfettati. Falsi i sentimenti che li muovono, simulata la sofferenza, il dolore, il piacere, il desiderio. Ammiccanti i movimenti di macchina, leccata la fotografia. La ragazza si libera dalla tossicodipendenza con fantomatica facilità, si trasforma in una brava ragazza ; non abbastanza brava da voler crescere il bambino, alla fine lo lascia al cognato. Prima della fine del film, i due protagonisti, avranno modo anche di fare l’amore con estrema dolcezza, regalando al giovane la patente di virtuale paternità.


Note :

Gigante di Adrián Biniez. Uruguay, Argentina, Germania, Olanda 2009 (35mm, 90', col.)  5.0

La nana di Sebastián Silva. Chile 2008 (HD, 94', col.) 5.9

Le refuge di François Ozon. France 2009 (35mm, 90', col.) 3.0



15 novembre

La magra del 14 è compensata da una mattinata felice, grazie a Independencia di Raya Martin che scopro infine qui a Torino nella sezione «onde». Il sollievo per il buon inizio viene molestato dalla visione di You Wont Miss Me di Ry Russo Young («torino 27»), film «disperatamente» indipendente, con tutti i clichè del caso, vecchio, superato, avan-retrogrado. Shelly, giovane disadattata, esce da una clinica di riabilitazione, tenta di riallacciare i rapporti con amici, amanti, genitori e di riprendere il suo lavoro d’attrice. Il reinserimento del borderline nella società è tematica affrontata prodigiosamente in A Woman Under the Influence di John Cassavetes, ma anche nel più recente Rachel Getting Married di Jonathan Demme. Il film di Ry Russo Young è soprattutto un borioso esercizio di stile. La sua è un opera priva di qualsiasi urgenza ; senza un vero perché, il film è girato in cinque formati diversi. Come banalizzare il disagio psicologico riducendo tutto a capriccio. Immorale nella forma e nel contenuto.

Per rimontarmi il morale chiudo con The Lusty Man e Bigger than Life di Nicholas Ray (“retrospettiva”). Ripensando alla cinematografia di Ray, che straripa dal genere, vengono alla mente cogitazioni pessimiste sull’assenza di innovazione e freschezza in buona parte dei film visti in questi due giorni.


Note :

You Wont Miss Me di Ry Russo Young. USA 2009 (HD, 81', b/n_e_colore)  2.0


16 novembre

Colazione e Breaking Upwards di Daryl Wein («festa mobile»). Film newyorkese patinato e dall’ironia politicamente corretta, che strizza un’occhio a Woody Allen e un’altro al cinema giovane, carino e indipendente. Daryl e Zoe sono in coppia da quattro anni, si annoiano l’uno dell’altro. Decidono allora di trovare una cura razionale per rilanciare il loro rapporto. Stabiliscono i giorni in cui vedersi e quelli invece in cui abolire anche le comunicazioni telefoniche, i progetti da sviluppare da soli, gli spazi comuni e la possibilità di frequentare altre persone. La scelta si rivelerà, c’è bisogno di dirlo ?, fallimentare. Breaking Upwards è l’ennesimo film sulla crisi della coppia, a cui mancano la grazia e l’intelligenza di Annie Hall, la crudeltà e il cinismo di Mike Nichols.


Note :

Breaking Upwards di Daryl Wein. USA 2009 (HD, 89', col.)  5.0


Tre giorni scarsi non bastano per tirare un bilancio oggettivo della prima edizione di Gianni Amelio. Ci sfuggita una grande parte della programmazione. E segnatamente della sezione «onda», sulla carta di gran lunga la più invitante. Penso a Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, a Torino con Frammenti Elettrici N.6. E a Sylvain George, qui con il suo L’Impossible, pages arrachés – di cui i lettori di Independencia conoscono bene il lavoro. E altri ancora. Il «Torino Lab» di quest’anno era, a detta di tutti, ottimo. Diciamo che questo breve passagio confermare un processo di normalizzazione del festival che si osserva da tre anni a questa parte. La sensazione è che, come era stato per il biennio Moretti, il festival di Amelio sia diviso in due. Da una parte una competizione (piuttosto nulla), propietà privata del regista-direttore e concepita in modo da incontrare le attese (pretese) del pubblico medio. Dall’altra delle selezioni radicali, che mantengono la tradizione del vecchio Torino di Rondolino, Turigliatto e D’Agnolo Vallan. Questa seconda parte, è curata da professionisti seri, amanti del cinema contemporaneo, desiderose di mostrarlo al pubblico italiano.

Ne risulta un festival diviso in due. Con una parte populista e conservatrice. E con un’ala sinistra marginale ma potente. Non c’è di che rallegrarsi. La bellezza del vecchio Torino Film Festival era un’attenzione e un rispetto portato egualmente a tutti i film. Il direttore non si curava solo del “suo” concorso. Ma era presente a molte delle proiezioni delle selezioni parallele. Sembra poco, invece è tutto. Con Nanni Moretti e Gianni Amelio si è scelto di abbandonare la democrazia per il populismo. Il disprezzo, alternanza di sufficienza e diffidenza, che questi due cineasti hanno mostrato in questi tre anni verso il cinema sperimentale, vale a dire nei confornti del vero nucleo pulsante, anima e identità del festival, ha dell’incredibile.



Trois jours au T.F.F.

par Gloria Zerbinati


14 novembre

J’arrive à Turin à l’heure du déjeuner. Je retire mon accréditation et entre à la première séance de l’après midi, Gigante d’Adrián Biniez. Entre les murs d’un supermarché, une grande partie de l’équipe est touchée par les licenciements. Un gardien (le géant du titre) guette, à travers la vidéo de surveillance, les déplacements d’une jeune femme de ménage. Gigante semble par là croiser deux motifs, d’un côté celui de la fragilité sociale, de l’autre celui de la puissance physique. En vérité, la question du travail n’est qu’un décor à l’intérieur duquel le cinéaste place l’histoire romanesque. Le récit avance dès lors au hasard, défiant le sort – ce dernier lui est rarement favorable.

Plus tard, j’enchaîne avec La bonne de Sebastián Silva («torino 27»), le premier film de la compétition officielle. La séance est perturbée par un mot d’introduction du nouveau directeur Gianni Amelio : «pour ma part, le festival s’ouvre aujourd’hui [il est déjà commencé depuis 24 heures, ndlr] car c’est moi qui a choisi les films du concours.» La classe ! N’en déplaise à ses collaborateurs et aux sélectionneurs des autres écrans. Quant à La bonne, c’est un film modeste. Une bonne maladroite est au service depuis vingt ans de la même famille bourgeoise, soudainement elle commence à souffrir de troubles mentaux. Sa patronne décide alors d’embaucher quelqu’un pour l’aider. Craignant que cela annonce à son départ, l’héroïne sabote les candidates. L’une d’elles, jeune et émancipée, ne ce laisse pas avoir.

Tout comme pour Gigante, La bonne offre maintes pistes de réflexion — le rapport avec la mère, la liaison avec la patronne, la découverte tardive de la sexualité –, toutes abandonnées à peine entamées. Reste une comédie modeste et, en dépit de la bonne prestation de Catalina Saavedra dans le rôle de la bonne, sans épaisseur. Je termine avec Le refuge de François Ozon («festa mobile»). Film séducteur, maniéré, postiche. Je ne comprends pas le crédit accordé à Ozon, maitre-chanteur et réactionnaire, par une bonne partie de la critique. Une jeune droguée apprend qu’elle est enceinte de son copain récemment mort d’overdose. Elle quitte Paris et s’établit dans une maison de campagne. Ici, elle reçoit son beau-frère, le seul qui sait lui parler... On n’avait jamais vu (ni dans la vie ni au cinéma) des héroïnomanes aux corps aussi toniques, aux visages aussi frais. Les personnages d’Ozon ne portent jamais de marques. Ils sont aseptisés, propres, désinfectés. Leurs sentiments ont l’air faux. Leur souffrances semblent simulées. La mise en scène fait des clins d’oeil. La photographie est laquée. La fille se débarrasse de la dépendance avec l’aisance d’un prestidigitateur, et se transforme comme par miracle en une sainte fille. Pas assez sainte pour élever le bébé tout de même. À la fin, elle le confie à son beau-frère. Avant que le film ne soit terminé, les deux héros coucherons ensemble avec une extrême douceur – pour lui c’est obtenir enfin une paternité sur l’enfant.


Note :

Gigante d’Adrián Biniez. Uruguay, Argentina, Germania, Olanda 2009 (35mm, 90', col.)  5.0

La bonne de Sebastián Silva. Chile 2008 (HD, 94', col.) 5.9

Le refuge de François Ozon. France 2009 (35mm, 90', col.) 3.0



15 Novembre

Un réveil joyeux compense les déceptions de la veille. Dans la sélection «onde», je découvre Independencia de Raya Martin. La parenthèse de bonheur se referme tout de suite grâce à un film de la compétition, You Won’t Miss Me di Ry Russo Young. Film «farouchement» indépendant, bourré de cliché, en un mot : avant-ringard. Shelly, jeune troublée, sort d’une clinique de réhabilitation, tente de rétablir un contact avec ses parent, amants et amis, parallèlement de reprendre son travail de comédienne. Le même sujet, la réintégration en société du borderline, évoque deux films extraordinaires, A Woman Under the Influence de John Cassavetes. Et le tout récent Rachel Getting Married de Jonathan Demme. Le film de Ry Russo Young est surtout un exercice ennuyeux. Son travaille manque d’urgence. Sans raison évidente, le film est tourné en cinq formats différents. L’impression est que ce soit pour se faire plaisir. Et qu’on banalise les troubles de l’héroïne. Immorale la forme, immoral le contenu.

Afin de retrouver le moral, je termine la soirée avec deux Nicholas Ray, auquel Turin consacre une rétrospective : The Lusty Man et Bigger than Life. Le cinéma de Ray a cette capacité de dépasser le genre. Cela suggère des réflexions pessimistes sur les films vus hier et aujourd’hui.


Note :

You Wont Miss Me di Ry Russo Young. USA 2009 (HD, 81', b/n_e_colore)  2.0


16 Novembre

Petit déjeuner et Breaking Upwards de Daryl Wein («festa mobile»). C’est un film New-Yorkais adroitement confectionné. Son ironie, que du politiquement correct, cligne d’un oeil en direction de Woody allen et d’un autre en direction du cinéma jeune, mignon et indépendant. Daryl et Zoe; ensemble depuis quatre ans, s’ennuient. Ils cherchent une solution rationnelle à leur problèmes de couple. C’est établir un calendrier des sorties ensemble ainsi que des jours où on n’a même pas le droit d’appeler l’autre, avoir des projets indépendants de son partenaire, définir les espaces en commun, et pour finir fréquenter d’autre personnes. La tentative, est-il besoin de le préciser ?, ne fonctionnera pas. Breaking Upwards est un film de plus sur la crise du couple. Il fait regretter la grâce d’Annie Hall et le cynisme de Mike Nichols.


Note :

Breaking Upwards di Daryl Wein. USA 2009 (HD, 89', col.)  5.0


Trois jours à peine ne suffisent pas pour tirer le bilan de la première édition de Gianni Amelio. Nous avons raté une grande partie de la programmation. Et notamment la section «onda», celle qui a priori était la plus excitante. Je pense à Yervant Gianikian et Angela Ricci Lucchi avec Frammenti Elettrici N.6. À Sylvain George avec L’Impossible, à d’autres encore. Le Torino Lab était, d’après tout ceux qui l’ont fréquenté, excellent. En revanche, ces trois jours confirment un procès qu’on observe à Turin depuis trois ans. La sensation est que, tout comme durant les deux années de Moretti, le festival d’Amelio est partagé entre deux âmes. L’une est la compétition (plutôt nulle), propriété privé du réalisateur-directeur de la kermesse et conçue de manière à rencontrer les envies (supposés) du public moyen. L’autre âme est celle des écrans radicaux, qui maintiennent et font vivre une tradition de qualité et de curiosité envers le cinéma contemporain. Tradition où se poursuit le travail du vieux Turin des Rondolino, Turigliatto et D’Agnolo Vallan. Cette deuxième partie existe grâce à l’effort de véritables professionnels, qui aiment le cinéma et travaillent pour le montrer au public italien.

Voilà donc un festival divisé en deux. Avec une partie populiste et conservatrice et une autre marginale mais bien plus forte. Il n’y a pas de quoi s’en réjouir. Ce qui plaisait dans le vieux Turin Film Festival était l’attention portée de manière paritaire à tous le films. Le directeur ne s’occupait pas seulement de son concours. Il arpentait le plus possible la totalité du festival. Cela peut sembler anodin. Ça ne l’est pas. Avec Nanni Moretti et Gianni Amelio, la direction du festival a pris un côté populiste. Le mépris, qui alterne présomption et méfiance, montré ouvertement par les deux cinéastes-directeurs envers le cinéma expérimental, véritable identité de ce festival, est incroyable.



Gloria Zerbinati